gamibu

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mercoledì 28 maggio 2014

parole

ci sono parole incastrate nella mia gola. poesie e racconti e favole. storie, milioni di storie.  me le racconto la notte, per accompagnarmi nei sogni. le ripeto al ritmo dei miei passi che picchiano l'asfalto quando corro, le sento nel vento caldo di questo quasi deserto e nelle canzoni che ascolto incessantemente.

ci sono parole che non possono uscire. forse non voglio, forse non ci riesco.
sento che le cose più importanti mi scivolano tra le dita, secondi che svaniscono alle mie spalle, mentre vado al lavoro, mangio, chiacchiero.

il futuro mi appare una distesa sconosciuta, solitaria, agghiacciante sotto il riverbero di un sole spietato.
il presente evapora come condensa su un bicchiere.
il passato? il passato è andato, finito, disperso. che importanza può avere, adesso, quello che credevo, quello che volevo, le persone che ho amato.

non vivo male. solo a tratti un senso di urgenza. il bisogno di lasciar uscire quelle parole, di dire qualcosa che resti, di sigillare il momento perché non svanisca, perso nei granelli della clessidra impietosa che è la vita.

eppure le parole sono incastrate in gola. così forte che mi fa male. deglutisco e la sento arida, come questa estate implacabile. ma non c'è acqua che possa lenire questa sensazione. le parole non scivolano giù né trovano una strada per uscire.

per ingannare il tempo che non ho, leggo parole altrui, confondendo così le mie storie e le loro.

solo, a volte, sento una parola, una sola, che bussa nel mio cervello. finirà. finirà. finirà.
sta già finendo, vorrei urlare. invece lo sussurro.
sta già finendo.
ed è strano sapere che poi starò male e non permettermi di stare male oggi.
finirà. lo so.  ma per ora è. e allora cerco di frenare il tempo, come una macchina lanciata all'impazzata verso un burrone.
so che non lo frenerò, ma forse, mi dico, se faccio finta di nulla, il tempo non si accorgerà di me, mi scivolerà accanto lasciandomi congelata in questo istante, in bilico.
so che non lo farà.
tengo le parole incastrate in gola. lascio che una lacrima, una sola, scivoli sulla guancia.
è la prima di molte sorelle che la raggiungeranno. dopo. quando sarà finito.
tra poco.
e intanto resto qui, senza parole.

domenica 18 maggio 2014

storie

certe sere non riesco a dormire. il vecchio loop dei pensieri negativi mi attanaglia in una spirale senza fondo e io resto paralizzata nel letto a concatenare sensazioni negative: fallimento, solitudine, inutilità, incapacità di reagire. per ognuna di queste, milioni di schegge che grattano sotto pelle, ricordi più o meno recenti, dolori assopiti, visi quasi dimenticati che risalgono in superficie, errori che sembravano ormai perdonati tornano a bussare alla porta della mia memoria per ricordarmi dove ho sbagliato, chi ho abbandonato o ferito. è una spirale autodistruttiva che mi lascia annichilita. è una spirale potenzialmente infinita, un gioco perverso che non mi permette di vedere vie d'uscita, di trovare un ricordo positivo o una speranza per il futuro a cui aggrapparmi.

ma non sono più impreparata. quando mi succede, respiro forte per scacciare il peso sul petto, a volte mi alzo per fumare una sigaretta e poi, riacquistato un minimo di controllo, invento una storia.
non immagino un futuro, perché in quei momenti non ne avrei la forza. mi raggomitolo come un bambino dopo un incubo e proprio come un bambino lascio che una favola mi culli lontana dai pensieri tristi. solo che ormai sono abbastanza grande da raccontarmi da sola le favole.

non ho ricordi precisi di quando da piccola mi raccontavano storie, ma sono certa lo facessero. non funziona forse sempre così? perciò anche se non lo ricordo, immagino mi raccontassero favole per accompagnarmi nello strano mondo tra veglia e sonno.

ora che sono adulta lo faccio da sola. invento storie semplici, che parlano di amori e amicizie, di storie magari complicate ma bellissime. invento trame e dialoghi, finché il sonno non ha il sopravvento.
è solo un altro modo per evitare a quel lato del mio carattere che conosce solo i sentimenti negativi di prevalere. non è una soluzione, solo un escamotage per dormire. ma non lo erano anche le favole?

la differenza è che spesso al mattino la spirale è lì ad aspettarmi, con la sua lista implacabile di errori commessi. solo che con la luce del sole è più facile scacciarla in fondo ai pensieri e quando tornerà la notte, ci sarà un'altra storia da inventare, finché la vita non tornerà ad essere abbastanza lieve da trovare sonno senza inventare storie.

mercoledì 23 aprile 2014

a volte ritornano

a volte mi dico che forse ti dovrei perdonare.
a volte mi chiedo se con tutto il tempo che è passato tu potresti ancora farmi male.
a volte mi sembra quasi di sentire la tua mancanza, ma non è quasi mai così, quasi sempre mi irrita sapere di te.
a volte non mi ricordo neppure più di quando eravamo io e te.
a volte mi sento come se mi fossi liberata della zavorra che mi impediva di essere me. come se quella zavorra fossi stata tu.

e poi mi chiedo se quella che sono oggi potrebbe mai avere qualcosa a che spartire con quella che sei tu.

voglio dire, la musica che mi piace, i libri che mi fanno sorridere, le cose che mi danno gioia sono lontani anni luce da quella che ero, da quella che eri.

che senso ha rivangare? me lo chiedo ogni volta che mi pingi. perché non mi lasci solo in pace? perché non accetti che io ti abbia lasciata a bordo strada?

sono cambiata, sono più forte, sono diversa.

una parte di me vorrebbe accettare il tuo invito, ma non so se per curiosità o per dimostrarmi chissà cosa.
poi scrollo le spalle, ci penso meglio: preferisco lasciarti lì dove sei. nel passato.

martedì 15 aprile 2014

tempo

il tempo cambia le cose.
il tempo ci cambia.
o forse noi cambiamo e solo il tempo ci da' la misura del cambiamento.

un tempo c'era il branco.
ora non è più.
ma non lo dico con tristezza.
è un dato di fatto.

un'amica ha finalmente la destinazione.
quella che voleva.
quella che non osava sperare.
parte.
e io sorrido per lei.
e le auguro solo che la vita le sia lieve.

ho iniziato a insegnare.
è una cosa piccola, un progetto breve.
è una cosa enorme.
ho trovato la mia strada?
non so, mi piace pensare che ho trovato una delle mie strade.
un parallel di cui ho sempre sentito la mancanza.
per ora mi piace. parecchio.

ascolto tanta musica,
corro,
sforzo il mio ginocchio,
leggo troppo.
vivo, più che altro.
mentre il tempo scorre.
mentre il tempo cambia le cose.
mentre cambia me.
o forse, cambio e solo il tempo ne segna la misura.

lunedì 10 marzo 2014

memories

scendo alla fermata e mi incammino. i negozi sono cambiati..capirai dopo quasi 15 anni, ma l'odore no.è sempre quello, cibi etnici e strada e fiume,  anche se l'aria è fredda e io la ricordo estiva. il camden lock è cambiato. più chic, più turistico. la right bank del regent's canal invece è quasi uguale con le sue barche e la sua desolazione anche se non trovo più la panchina dove mi fermavo a scrivere, in un mondo pretablet, su un grande quaderno a quadretti..la left bank invece è irriconoscibile. vecchi palazzi riadattati a lussuosi appartamenti radical per ex alternativi arricchiti. ma camminando ci si lascia comunque alle spalle la parte più turistica e i rari passanti parlano un'inglese stretto e inospitale. il pub tra la gloucester e princess road invece è uguale, bianco di gesso e rosso di mattoni,forse l'interno è rimodernato ma non ci scommetterei. princess road appare immutata, la stessa via di casette a schiera inglesi, i rumori dal playground della scuola rimasta proprio come la ricordavo. ho quasi paura di andare avanti. e se 15 anni avessero cancellato irrimediabilmente i miei ricordi? eppure vale la pena di andare a vedere, perchè questi anni non siano passati invano. attraverso la strada e costeggio negozi che non sono sicura di ricordare. un ristorante c'è. ancora dove lo ricordavo, ma è uno nuovo. nuovo nome, nuovi colori, da fuori sembra non avere più nemmeno il piano di sotto e la scala.  è tutto minimal e bianco..
resto un po' lí davanti, poi prendo il coraggio per entrare. la scala c'è, il piano sotto pure. il manager capisce subito che non sono lí x mangiare ma abbastanza gentilmente mi lascia fare un giro.è di poche parole mentre io sono travolta dai ricordi. quando esco chiudendomi alle spalle la porta mi chiedo che ne sarà delle mie memorie..ricorderò quel che era o quel che è? quello che mi appartiene o la realtà?
esco faccio pochi passi entro in un pub. è presto ma ordino una birra. da qualche parte nel mondo è l'ora per bere, direbbe mia sorella.tipo qui, aggiungo io.
qualsiasi cosa accada, questa città sarà sempre parte di me. il suo odore, i suoi colori.
è la prima casa lontana da casa che io abbia mai avuto.
se dovessi ricominciare, partirei da qui. se dovessi reinventarmi, proverei qui.
gli anni passano, i locali cambiano. come le mode, i negozi, noi. ma solo qui, mi sento al centro del mondo. solo qui sento un mondo di possibilità. qui sono libera, sono io, sono sola. ma di una solitudine meravigliosa, leggera. qui sento che potrei ripartire, sempre, senza bisogno di radici o legami. qui potrei essere chiunque, potrei essere me stessa.
mi mancava questa città. senza accorgermene, il primo pezzo di cuore, il primo sassolino sulla strada che mi ha portata via dal mio paese é qui.
sola, in un pub qualsiasi, tra britpop e un camino, sono felice. vorrei fermare quest'attimo ma non basterebbe nessuna fotocamera, nessuna parola per descrivere la struggente perfezione di questo istante. posso solo affidarla alla memoria e sperare che sia.

mercoledì 22 gennaio 2014

leggera


a volte basta poco.
una mail nell'inbox che riporta in contatto con qualcuno che avevo perso
una settimana con un'amica partita e tornata. e ritrovarla uguale. e ritrovarmi uguale.
il risultato di un test che inaspettatamente è andato bene.
un vago progetto per il futuro.
una partenza forse posticipata.
una serenità pagata a caro prezzo, ma mia.
un kindle pieno di libri.
un paio di film in uscita. un paio di serie che ripartono.
buona musica su youtube.

a volte basta poco.
e posso anche dimenticare le cose che invece proprio non girano.
certi addii che pesano.
certe partenze imminenti.
certi persone che amo e che soffrono e che io non posso aiutare.
certi dolori che non so alleggerire.
certe paure che non so cancellare.
certe solitudini che non so alleviare.

vorrei. vorrei con tutta me stessa.
e allora, compro biglietti e organizzo viaggi, per esserci, per tenere almeno la mano.

ma nel frattempo, a volte basta poco.
per sentirmi leggera.
per sentirmi viva.
per sentirmi al posto giusto, alla fine, finalmente.
e non era certo il posto che avrei immaginato per me.
ma va bene anche così. va bene così.

martedì 31 dicembre 2013

riflessioni post natalizie

ritornata ieri da venti giorni sotto il dominio della mater, del pater, della sista e dei parenti vari.. purtroppo essendo feste comandate ho visto poco pochissimo gli amici, giusto un tour de force di caffè e cene e pioggia e vento gelido. baci su guance gelate, abbracci con troppi cappotti in mezzo, sigarette fumate di fretta fuori dai locali che nei paesi civili non si fuma dentro. parole, tante, tutte di fretta per riassumere mesi in poche ore. eppure la sensazione è che non servisse riassumere granché. a volte basta uno sguardo e si ritorna a essere noi. bella sensazione.

per il resto, troppi parenti, troppo cibo, troppo poco sonno, troppe influenze - fisiche e psicologiche.

ho passato un sacco di tempo con la sista, cercando di capire come incastrarci. è mia sorella, le voglio bene, ma dopo 5 anni di analisi, ho deciso che non posso preoccuparmi per lei. non sarebbe giusto, per lei e per me. eppure mi resta quella sensazione di vederla andare alla deriva e di non sapere come aiutarla.. è persa in un mare di rancore, invidie, autocommiserazione, rabbia repressa a fatica. circoli viziosi da cui non so come spronarla a cacciarsi fuori.
la guardo, la guardo con il Genero Perfetto, il suo compagno, che ovviamente non è perfetto ma mi piace, è gentile, premuroso, presente, ironico al punto giusto. la guardo coi parents, coi parenti e gli amici comuni. e mi sembra che affronti tutte le relazioni dal lato sbagliato. vede solo i problemi, le incomprensioni, è aggressiva e nervosa, scatta per nulla, è permalosa.

la guardo e mi stupisco: anch'io ero così. lo so, me la ricordo quella sensazione di essere sempre arrabbiata, sempre in attesa di rivalsa, sempre con la frecciatina pronta a scoccare e ferire senza riflettere sulle conseguenze. me la ricordo quella sensazione di essere in trincea, di dover difendere con le unghie e coi denti la propria posizione, ogni scelta fatta, ogni idea.
mi piacerebbe dire che li ho guardati tutti con distacco e non  mi sono lasciata coinvolgere, ma non è così.. troppi anni di meccanismi e ruoli che mi hanno risucchiato. la mattina che mi sono svegliata arrabbiata con il mondo, con la voglia di spaccare tutto e infastidita da tutto e tutti mi sono preoccupata per me stessa e per loro.

ho capito che tristemente, per quanto li ami tutti, la cosa migliore che ho fatto nella mia vita è stata andarmene. andarmene a km da loro, lontana da queste logiche perverse, dalla incapacità di essere felici, dall'invidia, dal senso di oppressione e implacabilità, dalla voglia di rivalsa contro il mondo, dalla sensazione di ingiustizia, dalle regole autoimposte, dal visione calvinista e punitiva della vita, dal dovere prima del piacere, dall'incapacità di mostrare affetto in maniera semplice e pulita senza doversi vergognare di questa "debolezza".

sono scappata, lo ammetto. un po' me ne vergogno, ma col tempo ho accettato l'idea che se non posso salvarli tutti - ossia cambiarli, spedirli dalla mia psico per, che so, un decennio almeno- mi dovevo il tentativo di salvare almeno me stessa.
sono andata via. e ora mi mancano. ma so che è stata la scelta migliore per me. che lontana da tutto quel mare di negatività, io sono serena. e sento che non capiscono, lo vedo nei loro sguardi: ma come, 30 anni, niente figli, niente lavoro, in un paese difficile e a tratti molo brutto, e sono serena? e poi vedo anche invidia nei loro occhi: ma certo, posso non lavorare, faccio la signora, nessuna responsabilità, nessuna faticosa quotidianità, facile essere serena.

a volte mi ferisce vederli così giudicanti, ma in fondo so che è una difesa.. se si ponessero la domanda se è davvero questo che mi da' serenità, dovrebbero anche chiedersi se è davvero così irraggiungibile come credono loro, se davvero sono le cose materiali a darmela e non la voglia di vedere il bicchiere mezzo pieno, le persone amorevoli che ho intorno, la volontà ferma e costante di essere felice, la presenza indispensabile del mio amore, la mia capacità dopo tanta lotta e fatica di accettarmi, di andare oltre e scegliere di vivere la vita al meglio...
non si può pretendere da nessuno che si metta in discussione fino a questo punto, quindi- forse sbagliando- sto al gioco, faccio finta di condividere ancora molto con loro, mentre li guardo scivolare via.

soffro, ovvio. li amo, perciò soffro, ma non lascio che il gorgo di sentimenti e abitudini mi inghiotta. quando salgo sull'aereo, sono di nuovo io. mi mancano, certo. ma è meglio dell'alternativa. finché non sarò in grado di ammettere la mia diversità senza sentire il peso della colpa. finché non saprò ammettere che li ho abbandonati per salvarmi e questo non fa di me una cattiva, un nemico.

torno alla mia vita, me li immagino felici, per quanto possano esserlo, mi immagino felice. vorrei fosse più semplice, vorrei fosse semplice. ma cerco comunque di ritrovare il mio equilibrio, lascio scivolare in fondo, tra i piccoli dolori dell'anima, tra gli strappi non ricuciti del mio cuore. e ricomincio la mia vita.